Chi si prende X?

Chi si prende X?

Anatomia della deportazione moderna

Questo articolo nasce da una notizia pubblicata da Nigrizia il 19 agosto 2026. Da quella notizia siamo partiti per seguire un filo che dalla Liberia conduce all’Europa e, infine, a Gaza.

Immaginiamo di guardare il problema dal punto di vista dello Stato. Ho X nel mio territorio e ho deciso che X non deve più stare qui. La soluzione tradizionale sembra semplice: X è cittadino del paese A, dunque lo rimando in A. Ma A non sempre lo accetta; oppure non posso rimandarcelo perché X rischierebbe persecuzioni, torture o la morte; oppure esistono altri impedimenti giuridici o materiali.

A questo punto potrei concludere che X deve restare. Oppure posso cambiare domanda: chi altro è disposto a prendersi X?

È dentro questa semplice domanda che sta prendendo forma una delle trasformazioni più inquietanti delle politiche migratorie contemporanee.

Dalla Liberia alla Liberia

Il 20 agosto 2026 un primo gruppo di venti persone espulse dagli Stati Uniti è arrivato in Liberia. È l’inizio di un accordo che permetterà a Washington di trasferirvi fino a 1.200 persone in un anno.[1] Molte non sono liberiane: tra i deportati possono esserci venezuelani, cubani, colombiani e cittadini di altri paesi. Alcuni non possono essere rimandati nel proprio paese perché esistono protezioni giuridiche contro il ritorno in luoghi nei quali rischierebbero persecuzioni o torture.

La soluzione trovata dagli Stati Uniti spezza quindi il rapporto tradizionale tra espulsione e rimpatrio: non tornano a casa, vengono mandati altrove. In Liberia.

La scelta possiede una singolare risonanza storica. La Liberia nacque nell’Ottocento proprio dal trasferimento dall’America all’Africa di una popolazione che una parte della società statunitense non voleva integrare. A partire dal 1820 l’American Colonization Society organizzò il trasferimento sulla costa dell’Africa occidentale di afroamericani liberi ed ex schiavi.[2] Non stavano propriamente «tornando in patria»: molti erano nati negli Stati Uniti e non avevano alcun rapporto con il territorio nel quale venivano insediati. Da quella colonizzazione sarebbe nata, nel 1847, la Repubblica di Liberia.

Due secoli separano vicende profondamente differenti e sarebbe sbagliato sovrapporle. Ma la domanda che le attraversa produce un cortocircuito difficile da ignorare: dove mandiamo le persone che non vogliamo qui?

Quando espellere non significa più rimpatriare

È questo il cambiamento fondamentale. La parola rimpatrio conserva un rapporto tra persona e territorio: qualcuno viene rimandato nel proprio paese. La deportazione verso paesi terzi spezza questo rapporto. X non deve necessariamente andare dove è nato, dove possiede la cittadinanza, dove vive la sua famiglia o dove ha costruito la propria storia. La priorità diventa un’altra: deve uscire dal mio territorio. La destinazione viene dopo.

Se il paese A non è disponibile, bisogna trovare B. Ma perché B dovrebbe accettare una persona con la quale non ha alcun rapporto? Qui compare il secondo elemento della deportazione moderna: la negoziazione.

La domanda «quanto costa X?» è volutamente brutale, e non significa che esista necessariamente un tariffario nel quale a ogni essere umano corrisponda un prezzo. Il meccanismo è più sofisticato. La Liberia sostiene di non aver ricevuto un pagamento in cambio dei deportati e non abbiamo elementi per sostenere il contrario. Sappiamo però che Washington finanzia la gestione del programma migratorio liberiano, che Stati Uniti e Liberia hanno sottoscritto un programma sanitario quinquennale da oltre 124 milioni di dollari e che sono state introdotte facilitazioni sui visti.[3]

Nessuno di questi elementi dimostra che quei 124 milioni siano «il prezzo» dei 1.200 deportati. Sarebbe scorretto sostenerlo. Ci mostrano però il contesto nel quale la disponibilità ad accogliere persone indesiderate entra in una relazione fra Stati fatta di denaro, aiuti, investimenti, commercio, visti, cooperazione militare e riconoscimento diplomatico. Non dobbiamo quindi cercare necessariamente il prezzo di X; dobbiamo osservare il mercato politico nel quale la disponibilità a riceverlo acquista valore.

Prima di indignarci per Trump, guardiamo l’Europa

Sarebbe rassicurante considerare tutto questo una delle tante brutalità dell’America di Donald Trump. Non possiamo farlo. Da anni l’Europa sposta progressivamente le proprie frontiere fuori dall’Europa, finanziando paesi di transito perché impediscano ai migranti di partire, apparati incaricati di intercettarli e sistemi di riammissione attraverso i quali anche persone non appartenenti a un determinato paese possono esservi riconsegnate perché sono transitate dal suo territorio.

La Spagna e il Marocco conoscono da tempo questo meccanismo. L’Italia ha compiuto un altro passo costruendo strutture in Albania. Nate per trasferirvi persone intercettate nel Mediterraneo e sottoporle alle procedure di frontiera fuori dal territorio italiano, quelle strutture sono state successivamente destinate anche a persone già presenti in Italia e sottoposte a provvedimenti di rimpatrio.

L’Unione europea sta andando ancora oltre con i return hubs, strutture collocate in paesi terzi nelle quali possono essere trasferite persone destinatarie di un ordine di espulsione.[4] Liberia, Marocco e Albania non rappresentano lo stesso modello giuridico e sarebbe sbagliato confonderli, ma appartengono a una trasformazione comune: la frontiera non coincide più necessariamente con il luogo nel quale termina il territorio dello Stato. Può essere spostata, delegata, finanziata ed esternalizzata.

Anche il paese B cambia così funzione. Non deve necessariamente essere la patria di X. Possiede qualcosa che A desidera: la possibilità di mettere a disposizione un territorio nel quale trasferire persone che A non vuole. Uno Stato ricco dispone, a sua volta, di risorse economiche, influenza diplomatica, capacità militare, accesso ai mercati e concessioni sui visti che possono entrare nella negoziazione.

Ma dire che uno Stato «mette a disposizione il proprio territorio» nasconde già una prima violenza concettuale. Quel territorio non è una merce posseduta da un governo: è abitato da persone, attraversato da relazioni sociali, comunità e conflitti. Eppure sono i governi a negoziarne l’utilizzo.

X diventa così il protagonista paradossale di una trattativa alla quale non partecipa. Lo Stato A decide che non può rimanere; lo Stato B decide che può arrivare; A e B stabiliscono condizioni, garanzie e contropartite. L’unico che non siede al tavolo è X.

Ma chi ha creato X?

A questo punto dobbiamo tornare all’inizio, perché X non esiste in natura.

Non esiste una categoria naturale di esseri umani chiamata «irregolari», «espellibili» o «deportabili». Sono categorie costruite dal diritto e dal potere attraverso confini, cittadinanze, passaporti, visti, permessi di soggiorno e decisioni amministrative.

Due persone possono vivere nella stessa città, lavorare fianco a fianco, mandare i figli nella stessa scuola e costruire nello stesso luogo le proprie relazioni. Una possiede il documento che le consente di restare, l’altra no. Una è cittadina, l’altra può diventare espellibile.

Lo Stato non si limita dunque a trovare una soluzione al «problema X». Prima contribuisce a produrre X come categoria politica e amministrativa, stabilendo chi appartiene e chi non appartiene, chi può entrare, chi può restare e chi deve andarsene.

È qui che la questione della deportazione smette definitivamente di essere soltanto una discussione sulle politiche migratorie e diventa una questione di potere: chi può decidere dove un altro essere umano ha diritto di vivere?

I diritti scolpiti sulla pietra

Questa domanda non appartiene soltanto alla tradizione anarchica. È scritta, almeno in parte, dentro i principi sui quali gli stessi Stati europei affermano di essere fondati.

La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 comincia affermando che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». Tutti, non soltanto i cittadini. Proclama il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona, vieta torture e trattamenti crudeli, inumani o degradanti e stabilisce che nessuno possa essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato. Riconosce inoltre il diritto di lasciare qualsiasi paese e quello di cercare asilo dalle persecuzioni.[5]

L’Europa è andata ancora oltre. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea dichiara inviolabile la dignità umana, riconosce il diritto d’asilo, vieta le espulsioni collettive e stabilisce che nessuno possa essere allontanato verso uno Stato nel quale rischi seriamente la pena di morte, la tortura o altri trattamenti inumani o degradanti. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la giurisprudenza che ne è derivata hanno costruito ulteriori limiti al potere degli Stati.

Non possiamo dire che le politiche di deportazione cancellino automaticamente tutti questi diritti. Sarebbe giuridicamente falso. Possiamo però chiederci quanto siamo disposti a comprimerli, circoscriverli o renderne sempre più difficile l’esercizio pur di ottenere un risultato: che X non sia più qui.

È una domanda particolarmente europea, perché quei principi li abbiamo proclamati noi. Li troviamo nelle costituzioni, nei trattati, nelle dichiarazioni solenni e qualche volta incisi sulle facciate degli edifici pubblici. Poi arriva X e l’universalismo entra improvvisamente in tensione con la frontiera.

Poi venne Gaza

Nel febbraio 2025 Donald Trump avanzò una proposta che sembrò talmente enorme da apparire quasi fantastica: gli Stati Uniti avrebbero potuto assumere il controllo della Striscia di Gaza, ricostruirla e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». Ma sul territorio che si immaginava di trasformare vivevano più di due milioni di palestinesi.

La soluzione proposta inizialmente da Trump era il loro trasferimento altrove. Ricomparve così la nostra domanda: chi si prende X?

All’inizio le destinazioni indicate furono Egitto e Giordania. Entrambi rifiutarono. Trump ricordò pubblicamente che gli Stati Uniti fornivano miliardi di dollari ai due paesi e lasciò intendere che gli aiuti potevano costituire una leva, ma Cairo e Amman continuarono a dire no.

La ricerca non terminò. Nel marzo 2025 emerse che Stati Uniti e Israele avevano esplorato la disponibilità di Sudan, Somalia e Somaliland ad accogliere palestinesi provenienti da Gaza.[6] Il Sudan rifiutò, mentre Somalia e Somaliland negarono l’esistenza di accordi. Anche quel progetto venne successivamente abbandonato dagli Stati Uniti e il piano americano per Gaza dell’autunno 2025 affermò espressamente che nessuno avrebbe dovuto essere costretto ad andarsene e che chi fosse partito avrebbe dovuto poter tornare.

Il progetto fallì, ma l’esperimento mentale era diventato per alcuni mesi un’attività diplomatica concreta: individuare un territorio disponibile e negoziare con chi esercitava su quel territorio la sovranità. Per alcuni mesi una delle maggiori potenze mondiali aveva realmente cercato una risposta alla domanda: chi è disposto a prendersi i palestinesi di Gaza?

Gaza mostrava così quanto lontano potesse arrivare la separazione tra persone e territorio.

Quando X non è più un migrante

Il venezuelano deportato in Liberia e il palestinese di Gaza non si trovano nella stessa situazione. Il primo è uno straniero che gli Stati Uniti vogliono espellere dal proprio territorio; il secondo vive nella propria terra. Trasferire coercitivamente una popolazione da un territorio occupato non è politica migratoria: il diritto internazionale umanitario vieta espressamente deportazioni e trasferimenti forzati della popolazione protetta.[7]

Ma proprio questa enorme differenza permette di vedere il limite estremo della logica che stiamo esaminando. Il territorio viene separato dalle persone che lo abitano e comincia a essere pensato come spazio disponibile per un progetto politico, strategico o economico. Chi vi abita rischia allora di trasformarsi da soggetto della storia di quel territorio in ostacolo alla sua trasformazione.

Nel progetto della «Riviera» questo rovesciamento appariva con particolare evidenza: prima si immaginava il futuro del territorio e poi si cercava una destinazione per le persone che già vi vivevano.

Una terra, però, non è uno spazio vuoto sul quale il potere può progettare liberamente il futuro. È fatta anche delle relazioni umane, delle comunità, delle memorie e delle vite che vi si sono costruite.

La libertà di andare e la libertà di restare

La globalizzazione ci aveva raccontato un mondo nel quale le frontiere sarebbero diventate progressivamente meno importanti. È successo soprattutto per capitali, merci, investitori e possessori dei passaporti giusti. Per milioni di altre persone il territorio è diventato invece sempre più determinante: non soltanto bisogna ottenere il diritto di entrare, bisogna continuamente conservare il diritto di restare.

Qui emerge forse la contraddizione fondamentale. La Dichiarazione universale riconosce a ogni individuo il diritto di lasciare qualsiasi paese, compreso il proprio, ma l’ordine internazionale non riconosce un equivalente diritto universale a entrare e stabilirsi in un altro. Si può avere il diritto di partire senza avere un luogo nel quale si abbia diritto di arrivare.

A questa contraddizione lo Stato moderno risponde invocando la sovranità. Uno Stato, si obietta, deve poter stabilire chi entra nel proprio territorio e chi possiede il diritto di rimanervi; rinunciare a questo potere significherebbe rinunciare a una parte essenziale della sovranità stessa. È un argomento coerente. Ma è precisamente qui che una prospettiva libertaria prende un’altra strada.

Se riconosciamo alla persona la libertà di lasciare il luogo nel quale è nata, ma riconosciamo contemporaneamente agli Stati il potere di impedirle di stabilirsi altrove, quella libertà rimane inevitabilmente incompleta. E se riconosciamo allo Stato il potere di stabilire non soltanto chi può entrare, ma anche chi, dopo anni di vita, lavoro e relazioni, debba andarsene, allora dobbiamo riconoscere che la sovranità territoriale entra necessariamente in conflitto con l’autodeterminazione della persona.

Una prospettiva libertaria sceglie esplicitamente da quale parte stare in questo conflitto. Nessuno dovrebbe essere costretto a vivere nel luogo nel quale è nato, ma nessuno dovrebbe essere costretto ad abbandonare il luogo nel quale vive. Nessuno dovrebbe essere obbligato a rimanere a Gaza e nessuno dovrebbe essere obbligato ad andarsene.

La libertà di movimento è insieme libertà di andare e libertà di restare.

È da questa scelta — non dalla pretesa che sia una conseguenza neutrale dei fatti — che nasce No borders: mettere la libertà delle persone prima della pretesa degli Stati di decidere al loro posto dove abbiano diritto di vivere.

Chi si prende X?

La domanda dalla quale siamo partiti sembrava una provocazione. Non lo è più. È diventata una domanda della politica internazionale contemporanea: ho X, non voglio X, non posso rimandarlo nel suo paese; chi se lo prende e che cosa vuole in cambio?

Ma arrivati alla fine dobbiamo rovesciare la domanda. X non esiste in natura. Bisogna prima costruirlo, stabilendo chi appartiene e chi non appartiene, chi possiede il documento giusto e chi quello sbagliato, chi può attraversare una frontiera e chi deve essere fermato, chi può restare e chi può essere caricato su un aereo.

Quando la destinazione di un essere umano diventa materia di negoziazione tra Stati, il problema non riguarda più soltanto l’immigrazione. Riguarda il rapporto tra persona, territorio e potere.

Nel grande mercato contemporaneo delle frontiere c’è infatti un soggetto che non siede quasi mai al tavolo della trattativa. È proprio X: quello che deve partire, quello che deve essere accolto, quello che deve essere respinto, quello che deve essere ricollocato.

Forse il primo diritto da restituirgli è anche il più semplice: decidere dove vivere.


Note

[1] Liberia e deportazioni dagli Stati Uniti.
Il punto di partenza di questo articolo è Redazione Nigrizia, «In Liberia 1.200 immigrati deportati dagli USA», Nigrizia, 19 agosto 2026. Per l’arrivo in Liberia, il 20 agosto, del primo gruppo di venti deportati e per la composizione prevista dei trasferimenti si vedano anche le informazioni diffuse da Reuters il 20 agosto. L’accordo consente il trasferimento in Liberia di un massimo di 1.200 persone nell’arco di un anno, comprese persone che non possiedono la cittadinanza liberiana.

[2] Liberia, Stati Uniti e American Colonization Society.
L’American Colonization Society fu fondata negli Stati Uniti nel 1816. Dal 1820 promosse il trasferimento di afroamericani liberi ed ex schiavi verso la costa dell’Africa occidentale. L’insediamento permanente iniziò nel 1822; la Liberia proclamò l’indipendenza nel 1847. Parlare semplicemente di «ritorno in Africa» è fuorviante: molti dei coloni erano nati negli Stati Uniti e non avevano alcun precedente rapporto con il territorio liberiano.

[3] Rapporti economici USA-Liberia.
Nel dicembre 2025 Stati Uniti e Liberia hanno sottoscritto un memorandum quinquennale di cooperazione sanitaria del valore di circa 124,4 milioni di dollari. Sono inoltre documentati finanziamenti statunitensi collegati alla gestione migratoria e modifiche favorevoli alla durata di alcuni visti per cittadini liberiani. Non esistono, allo stato delle informazioni disponibili, elementi sufficienti per sostenere che il programma sanitario costituisca un pagamento in cambio dell’accoglienza dei deportati. Nel testo questi elementi vengono considerati come parte del più ampio contesto delle relazioni bilaterali.

[4] Europa, Albania e return hubs.
L’esternalizzazione delle politiche migratorie europee comprende strumenti differenti che non devono essere confusi: accordi di riammissione con paesi terzi, cooperazione nel controllo delle partenze e delle frontiere, il protocollo Italia-Albania e la più recente costruzione normativa europea relativa ai cosiddetti return hubs. Il tratto che interessa in questo articolo non è la loro equivalenza giuridica, che non esiste, ma la progressiva possibilità di svolgere fuori dal territorio dell’Unione funzioni connesse al controllo, al trattenimento e all’allontanamento dei migranti.

[5] I diritti fondamentali.
Dichiarazione universale dei diritti umani, Assemblea generale delle Nazioni Unite, 10 dicembre 1948, in particolare artt. 1, 2, 3, 5, 9, 13 e 14. Per l’ordinamento dell’Unione europea si vedano la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare gli artt. 1 (dignità umana), 4 (proibizione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti), 6 (libertà e sicurezza), 18 (diritto d’asilo) e 19 (protezione in caso di allontanamento, espulsione ed estradizione), nonché la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

[6] Gaza e la ricerca di paesi di destinazione.
Nel febbraio 2025 Donald Trump propose il trasferimento dei palestinesi dalla Striscia di Gaza, indicando inizialmente Egitto e Giordania come possibili destinazioni. Entrambi i governi rifiutarono. Nel marzo successivo Associated Press documentò contatti statunitensi e israeliani riguardanti la possibile accoglienza di palestinesi in Sudan, Somalia e Somaliland. Il Sudan respinse la proposta; Somalia e Somaliland negarono l’esistenza di accordi. Il successivo piano statunitense per Gaza dell’autunno 2025 abbandonò l’ipotesi del trasferimento forzato, affermando che nessuno sarebbe stato obbligato a lasciare Gaza e che chi fosse partito avrebbe potuto farvi ritorno.

[7] Deportazione e trasferimento forzato nei territori occupati.
L’articolo 49 della IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 vieta i trasferimenti forzati individuali o di massa e le deportazioni di persone protette da un territorio occupato verso il territorio della potenza occupante o quello di qualsiasi altro Stato. È per questa ragione che nel testo il possibile trasferimento della popolazione palestinese viene nettamente distinto dalle politiche migratorie e dalle deportazioni di cittadini stranieri presenti sul territorio di uno Stato.

La foto è tratta dall’articolo sulla Liberia comparso su Nigrizia al seguente link https://www.nigrizia.it/notizia/liberia-immigrati-deportati-usa-africa-protezione-temporanea-tps


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