Quando Donald Trump chiude il suo discorso con la formula rituale — “Che Dio benedica i nostri militari, e che Dio benedica gli Stati Uniti d’America” — non sta semplicemente usando una frase di circostanza. Sta attivando un dispositivo politico potente e antico: la sacralizzazione della guerra.
Ma questa volta non è retorica astratta.
È la guerra reale contro l’Iran.
Si costruisce una minaccia assoluta — il regime pericoloso, il nemico globale, l’arma nucleare imminente — si presenta l’intervento come inevitabile — difesa, sicurezza, prevenzione — e si conclude con una benedizione.
È una liturgia.
E come ogni liturgia, serve a produrre consenso.
Nel discorso ufficiale, l’Iran è solo un problema da neutralizzare. Nel mondo reale, è un territorio attraversato da contraddizioni profonde: repressione interna, proteste sociali, conflitti regionali. Una società viva, non riducibile a un bersaglio.
Ma la guerra cancella tutto questo.
Appiattisce, semplifica, distrugge.
E soprattutto schiaccia le possibilità di liberazione reale.
Perché ogni volta accade lo stesso: le guerre degli Stati non liberano i popoli. Li sostituiscono. Cambiano i rapporti di forza, riorganizzano il dominio, ridisegnano le gerarchie. Anche quando parlano il linguaggio dei diritti, operano con gli strumenti della forza.
E allora torna quella frase finale, quella benedizione.
Perché la politica, quando uccide, ha sempre bisogno di inventarsi qualcosa di più grande: la sicurezza, la patria, la pace… o Dio.
Ma se si rifiuta questa narrazione, se si rompe il meccanismo, resta una possibilità: sottrarsi.
Disertare non è solo un gesto individuale. È una pratica politica. Significa rifiutare il linguaggio della guerra, smontare le sue giustificazioni, negare legittimità a chi decide sulla vita e sulla morte parlando in nome di tutti.
Oggi, mentre le bombe cadono sull’Iran e si prepara già la prossima escalation, questa scelta torna ad essere concreta.
Non lasciarsi arruolare.
Non accettare la retorica.
Non riconoscere le loro benedizioni.
Perché sotto ogni “Dio benedica” si nasconde sempre lo stesso comando:
obbedire e morire.
E sotto ogni comando, sempre gli stessi corpi.

Disertiamo le guerre.

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