Il 1° febbraio, attraverso un’occupazione, è stata liberata la Ex Caserma Rossani.
Un’azione che, nei fatti, è illegale. Eppure, ciò che colpisce non è l’atto in sé, ma la risposta della città: solidarietà diffusa, partecipazione di massa, calore umano. Una reazione che dice molto più dell’occupazione stessa.
Una risposta così larga non nasce dal caso. È la reazione naturale a una città — e a un Paese — che si affacciano su un baratro fatto di smantellamento del welfare, sfruttamento dei territori e dei beni comuni in funzione della speculazione edilizia e delle “grandi opere” inutili, desertificazione culturale, mercificazione degli spazi di arte e spettacolo, sordità verso le emergenze migratorie e incapacità strutturale di affrontare l’emergenza abitativa.
In questo scenario, la liberazione della Ex Caserma Rossani appare per ciò che è: un atto di riappropriazione diretta e condivisa.
Caserma libera tutti
In pochi giorni, ciò che era rimasto abbandonato per oltre vent’anni è tornato ad essere spazio vissuto. Pulizia e autorecupero degli ambienti e del verde, differenziazione dei rifiuti, messa in sicurezza delle aree a rischio, primi saggi del terreno per progettare un orto urbano e un giardino. Un lavoro che nessuna istituzione aveva ritenuto prioritario, e che invece è stato affrontato collettivamente, con competenza e attenzione.
Parallelamente sono partite le attività: cinema, laboratori e feste con i bambini, concerti, palestra popolare, spazio skateboard, teatro e reading. A queste si sono aggiunti progetti pensati per allargare ulteriormente l’accessibilità dello spazio: libreria sociale, sala studio, luoghi di aggregazione per anziani, sport popolare, orto e parco urbano.
La partecipazione trasversale — per età, provenienze, bisogni — è diventata la vera legittimazione dell’esperienza. Non l’autorizzazione formale, ma l’uso reale. Non la concessione dall’alto, ma il riconoscimento dal basso.
Una frattura nello spazio urbano
La Ex Caserma Rossani liberata mostra come la lotta per i bisogni sociali venga spesso ridotta a questione di ordine pubblico, e come questa riduzione produca solo repressione e conflitto sterile. Qui accade l’opposto: un conflitto che costruisce, che riapre spazi sottratti alla collettività e li restituisce come beni comuni, attraversabili e condivisi.
Per questo l’esperienza della Ex Caserma Liberata non è un episodio isolato, ma un nodo di rete. Parla a una città che non si arrende, che sperimenta pratiche concrete e che, attraverso l’azione diretta, rende visibile l’idea di una possibile città differente.
A Bari si è aperto un solco.
Non come evento eccezionale, ma come processo.


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