Il 12 ottobre, tra orgoglio nazionale e memoria coloniale. Perché non ricordare invece Carlo Tresca e gli emigranti che attraversarono l’oceano senza padroni né bandiere da piantare, e che lottarono per la libertà di tutti?
Ogni 12 ottobre torna la celebrazione di Cristoforo Colombo. E, puntualmente, torna la polemica tra chi ne difende la memoria e chi contesta il significato del Columbus Day.
Quest’anno il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha scelto di non partecipare alla tradizionale parata. Il gesto di un’istituzione non basta a cambiare la memoria collettiva, ma riapre una questione sulla quale, forse, anche noi dovremmo interrogarci.
Perché siamo così affezionati a Colombo? Che cosa celebriamo davvero? L’abilità di un navigatore, l’incontro tra continenti, l’espansione europea o una presunta superiorità della nostra civiltà?
Non si tratta di negare l’importanza storica del viaggio del 1492. Fu un avvenimento che cambiò il mondo. Ma lo cambiò per tutti, non soltanto per gli europei. E non nello stesso modo.
Conviene ricordare che cosa fu quel viaggio. Prima di salpare, Colombo firmò con i sovrani di Castiglia e Aragona un contratto, le Capitolazioni di Santa Fe, che gli assicurava i titoli di ammiraglio, viceré e governatore delle terre che avrebbe trovato, e la decima parte delle ricchezze che ne sarebbero venute. Non fu un’avventura dello spirito umano: fu un’impresa della Corona, della Chiesa e del profitto.
Del resto, basta leggere Colombo. Nel suo diario, pochi giorni dopo lo sbarco, annotava che gli abitanti delle isole «sarebbero ottimi servitori» e che «con cinquanta uomini» si sarebbero potuti «sottomettere tutti e fargli fare ciò che si vuole». Tre anni più tardi, nel 1495, spediva in Spagna centinaia di Taíno ridotti in schiavitù.
Per chi attraversò l’Atlantico fu la scoperta di terre sconosciute. Per chi quelle terre le abitava da millenni fu l’arrivo di stranieri che, nel giro di pochi decenni, avrebbero sconvolto società, economie, culture e intere popolazioni, imponendo tributi, lavoro forzato e un potere che non avevano mai conosciuto.
Per secoli abbiamo raccontato quella vicenda guardando dalle caravelle verso la costa. Raramente ci siamo fermati sulla costa a osservare le caravelle che arrivavano.
Lo propose Howard Zinn già nel 1980: raccontare quella storia dal punto di vista degli Arawak, non dell’Ammiraglio. E chi stava sulla costa, intanto, non ha mai smesso di parlare. Da decenni i popoli nativi contestano il Columbus Day, spesso insieme a gruppi anarchici e libertari scesi in strada al loro fianco, e in molte città americane il 12 ottobre è diventato l’Indigenous Peoples’ Day. Non è una concessione arrivata dall’alto: è il risultato di anni di proteste.
Cambiare il punto di osservazione non significa cancellare la storia. Significa provare a comprenderla.
Ma Colombo rappresenta davvero gli italiani?
C’è poi un’altra questione, che riguarda direttamente noi.
Colombo era un navigatore genovese al servizio della Corona di Castiglia. Non era un emigrante italiano in America, non rappresentava uno Stato italiano, che allora non esisteva, e non partì per costruirsi una nuova vita insieme a milioni di altri lavoratori.
La sua trasformazione in simbolo dell’identità italoamericana appartiene a una storia molto successiva, segnata anche dai pregiudizi e dalle discriminazioni subite dagli immigrati italiani negli Stati Uniti. Fu anche il prezzo di un’integrazione: per essere accettati, gli emigranti si videro offrire un antenato rispettabile, un uomo al servizio di un re, al posto delle proprie storie di miseria e di ribellione.
È una storia che merita rispetto. Ma merita anche di essere guardata con occhi critici.
Perché l’orgoglio per le proprie origini dovrebbe identificarsi necessariamente con un conquistatore? E, prima ancora: perché dovremmo misurare il valore delle persone dalla nazione in cui sono nate?
Gli emigranti che attraversarono l’oceano tra Ottocento e Novecento non arrivarono alla testa di spedizioni finanziate dai sovrani. Arrivarono spesso senza nulla, in cerca di lavoro, in fuga dalla miseria, dalla repressione politica e da una società che non offriva loro un futuro. Molti di loro, prima di sentirsi “italiani”, erano braccianti, minatori, sarti, scalpellini: lavoratori che lo Stato unitario aveva conosciuto soprattutto come esattore, carabiniere e ufficiale di leva.
Molti subirono sfruttamento, discriminazioni e violenze. Ma non restarono ad aspettare che qualcuno concedesse loro qualcosa. Si organizzarono da sé: fondarono giornali, circoli, sindacati, associazioni di mutuo soccorso, scuole serali, filodrammatiche. Scioperarono accanto a lavoratori polacchi, ebrei, irlandesi, lituani, ispanici, con i quali spesso non avevano in comune nemmeno la lingua. Lottarono per il salario, per la riduzione dell’orario di lavoro, per la libertà di organizzarsi e di pensare.
Tra loro c’erano moltissimi anarchici. Paterson, Barre, Lawrence, la East Harlem di inizio Novecento erano piene di gruppi libertari, giornali sovversivi, biblioteche popolari.
Questa è una parte fondamentale della storia degli emigranti italiani in America.
Eppure, quanto spazio occupa nella memoria pubblica?
E se ricordassimo Carlo Tresca?
Carlo Tresca nacque a Sulmona nel 1879 e arrivò negli Stati Uniti nel 1904, per sottrarsi a una condanna per i suoi articoli contro i notabili della sua città.
Fu socialista, poi anarchico, sindacalista rivoluzionario, giornalista e instancabile agitatore. Partecipò con gli Industrial Workers of the World alle grandi lotte dei lavoratori americani, dagli scioperi tessili di Lawrence e Paterson a quello dei minatori del Mesabi Range, in Minnesota. Per queste lotte conobbe più volte il carcere. Dalle pagine del suo giornale, Il Martello, combatté contro i padroni che sfruttavano gli immigrati, contro i prominenti che si arricchivano sulle spalle delle comunità e contro le organizzazioni criminali che pretendevano di controllarle.
Fu antifascista quando il fascismo godeva ancora di simpatie e protezioni negli ambienti del potere, anche negli Stati Uniti. Fu avversario dello stalinismo quando una parte della sinistra internazionale preferiva tacere sui crimini commessi in nome del socialismo. Non si piegò né al Duce né al Partito: per un anarchico, ogni potere che pretende obbedienza è un avversario, qualunque bandiera sventoli.
L’11 gennaio 1943 venne assassinato a New York, all’angolo tra la Fifth Avenue e la 15ª strada. Nessuno fu mai processato per il suo omicidio.
Tresca non era un santo, né aveva bisogno di esserlo. Era un uomo immerso nei conflitti del proprio tempo, con le sue passioni, le sue contraddizioni e le sue battaglie.
Ma rappresenta qualcosa che meriterebbe di essere ricordato: un uomo che, arrivato in America, non cercò di conquistare un popolo, ma si batté insieme ai lavoratori di molti popoli per la loro libertà.
E con lui potremmo ricordare Arturo Giovannitti, il poeta sindacalista per la cui liberazione Tresca si mobilitò a Lawrence nel 1912. Potremmo ricordare Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anarchici, mandati sulla sedia elettrica nel 1927 al termine di un processo in cui pesarono più le loro idee e le loro origini che le prove. E tanti altri, uomini e donne, rimasti senza nome.
Non per sostituire un eroe con un altro, ma per raccontare un’altra storia. Gli anarchici non hanno bisogno di eroi, né di nuovi santi da mettere sul calendario.
La memoria non è una proprietà privata
Forse il problema più profondo del Columbus Day è proprio questo: abbiamo trasformato un avvenimento della storia mondiale in una questione di orgoglio nazionale.
Come se mettere in discussione Colombo significasse offendere gli italiani.
E non è solo una faccenda nostra. Lo stesso uomo è conteso da tre Stati: l’Italia lo rivendica come figlio, la Spagna celebra il 12 ottobre come Día de la Hispanidad, gli Stati Uniti ne hanno fatto una festa federale. Non a caso in Spagna, ogni anno, i movimenti libertari rispondono con lo stesso slogan: «nada que celebrar», niente da festeggiare. Quando tre nazioni si contendono la stessa bandiera, viene il sospetto che a interessare non sia l’uomo, ma ciò che la bandiera serve a coprire.
Ma la storia non appartiene a una nazione. E il passato non diventa più glorioso nascondendone le vittime.
Possiamo riconoscere il coraggio e le capacità nautiche di Colombo senza celebrare la colonizzazione. Possiamo comprendere perché gli immigrati italiani abbiano cercato in lui un simbolo di riscatto senza pretendere che le popolazioni indigene condividano quella celebrazione.
E possiamo, soprattutto, smettere di pensare che l’identità di qualcuno debba essere difesa attraverso le imprese di conquista. O che debba essere difesa come si difende un confine.
Dalla penisola si è partiti per il mondo in molti modi: come navigatori, soldati e colonizzatori, ma anche come emigranti, lavoratori, perseguitati politici, rivoluzionari e costruttori di solidarietà.
Non tutte queste storie sono equivalenti. Ma tutte appartengono al passato che dobbiamo conoscere. E tra queste possiamo scegliere quali ci somigliano.
Se vogliamo davvero ricordare chi è partito da qui per l’America, perché non cominciare da quelli che contribuirono a renderla più libera e più giusta, senza chiedere il permesso a nessuno?
Il 12 ottobre possiamo continuare a studiare Colombo. L’11 gennaio potremmo ricordare Carlo Tresca.
Non con una festa ufficiale né con una parata, ma con quello che a Tresca sarebbe piaciuto di più: leggendo, discutendo, organizzandoci. Forse sarebbe un modo per imparare che la memoria non serve soltanto a celebrare ciò che siamo stati, ma anche a interrogarci su ciò che vogliamo essere.



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