Ordinanze, divieti e sanzioni esistono già. Manca quasi tutto il resto: controlli, comunità e un nuovo rapporto tra città e campagna.

Il Salento brucia ancora.

Bruciano la macchia mediterranea, gli uliveti, le campagne. Bruciano animali, paesaggi, lavoro umano e pezzi di memoria collettiva. Ogni estate le immagini sono le stesse: il cielo arancione, il fumo che si vede a chilometri di distanza, i canadair, i vigili del fuoco esausti, la conta dei danni.

E ogni estate diciamo le stesse cose: «È un’emergenza», «Bisogna fare qualcosa», «La colpa è dei piromani».

Ma la verità è che sappiamo benissimo cosa andrebbe fatto. Lo sappiamo talmente bene che è scritto nero su bianco nelle ordinanze dei sindaci.

L’ordinanza del Comune di Bari, praticamente identica a quelle emanate in tutta la Puglia, è un piccolo trattato di prevenzione: terreni da ripulire entro il 14 giugno, eliminazione di erba secca e rovi, fasce di protezione attorno a campi, boschi e abitazioni, divieto assoluto di bruciare residui vegetali, obbligo di pulire banchine stradali e ferroviarie, divieto di accendere fuochi e persino di usare fuochi d’artificio, razzi e lanterne volanti. Le sanzioni arrivano fino a cinquantamila euro.

Sulla carta è previsto quasi tutto.

Nella realtà, quasi nulla.

Quanti terreni abbandonati sono stati effettivamente ripuliti? Quante fasce di protezione sono state realizzate? Quante sterpaglie sono state rimosse dalle strade e dalle ferrovie? Quanti controlli sono stati fatti? Quante sanzioni sono state davvero elevate?

La risposta è sotto i nostri occhi, nelle fotografie degli incendi di questi giorni.

E poi c’è un’altra ipocrisia, tutta pugliese.

Riusciamo davvero a immaginare un’estate senza fuochi d’artificio?

Feste patronali, matrimoni, cresime, sagre, inaugurazioni e feste private sembrano inconcepibili senza batterie di razzi e spettacoli pirotecnici. Qualche volta perfino l’uscita dal carcere di qualche importante figura della malavita viene salutata con fuochi e petardi.

Eppure sappiamo che basta una scintilla.

Lo sappiamo e continuiamo ad accenderla.

Ma nemmeno questo basta a spiegare tutto.

Il problema più profondo è l’abbandono della terra.

Per secoli le campagne pugliesi erano presidiate. Erano luoghi abitati, coltivati, attraversati ogni giorno. C’erano contadini, pastori, masserie, persone che conoscevano ogni sentiero, ogni muretto a secco, ogni albero. Un principio d’incendio difficilmente passava inosservato.

Oggi enormi porzioni di territorio sono state svuotate.

L’urbanizzazione selvaggia ha concentrato vite, consumi e interessi nelle città e lungo le coste, lasciando dietro di sé campagne sempre più abbandonate. Uliveti lasciati a sé stessi, terreni incolti, vegetazione secca che si accumula anno dopo anno. Una gigantesca riserva di combustibile pronta a prendere fuoco.

Quando l’incendio parte, spesso non c’è nessuno che lo veda nascere.

Per questo gli incendi non si combattono soltanto con i canadair e con i vigili del fuoco. Si combattono molto prima.

Con la cura quotidiana del territorio.

Con il presidio umano.

Con la manutenzione.

Con il coinvolgimento attivo delle comunità locali.

Nessuna ordinanza, per quanto ben scritta, può sostituire migliaia di occhi che osservano il territorio e migliaia di mani che se ne prendono cura.

La Puglia continuerà a bruciare ogni estate finché considereremo la campagna soltanto come uno sfondo da fotografare al tramonto, un luogo da consumare e non da abitare, da sfruttare e non da custodire.

La campagna è un bene comune.

E un bene comune, se non viene abitato, curato e difeso da una comunità, prima o poi diventa cenere.


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