Liceo Manzoni, 13 dicembre 1969, mattina.

È la mattina del 13 dicembre 1969 al liceo classico “Manzoni”, Quinta B. Molte ragazze vengono ancora a scuola con il grembiule nero, ma ci sono già da un paio d’anni le assemblee e gli scioperi; si parla di Vietnam e di rivoluzione, e della scuola di classe, anche se è un liceo frequentato dall’alta borghesia milanese. Fino a quel momento le scelte di campo non sono ancora state fatte. Quella mattina però è diverso.

Si discute, ci si divide in due, c’è chi dice “comunisti assassini”, chi ribatte “sono stati i vostri amici fascisti”. Tra noi c’è anche Michele Serra, che ha sempre la risposta pronta. Si litiga nell’intervallo. Le versioni di greco e il cinema di gruppo il sabato pomeriggio in centro d’un tratto cessano di essere le cose più importanti.

La classe è una piccola comunità in cui tutti restano amici al di là delle discussioni. Però quel giorno per alcuni di noi qualcosa cambia. Cominciano le scelte, l’impegno che forse, in varie forme che mutano, durerà per tutta la vita.

Tre giorni dopo leggiamo che il 20 ci saranno i funerali di Giuseppe Pinelli. In famiglia, se lo chiedessimo, non ci permetterebbero di andare. Allora inventiamo un pomeriggio di studio a casa di uno di noi, Stefano Cappa (oggi affermato neurologo e professore universitario), che vive non troppo lontana da piazza Selinunte e dal quartiere popolare dove abitava il militante anarchico fermato per la strage e finito giù, non si sa come, da una finestra della Questura di Milano, quella dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi.

A fine pomeriggio sgattaioliamo fuori. Arriviamo in quella strada piena di casermoni, luogo vicino ma in cui molti di noi non sono mai stati. C’è tanta gente, una folla di cappotti scuri, ci sono le bandiere rosse e nere, il corteo che si muove lentamente. Nella prima fila riconosciamo la moglie dell’anarchico, dignitosa e senza lacrime. È il nostro primo funerale fuori da una chiesa e per qualcuno che non conosciamo.

È cominciata così, quando ancora non sapevamo quasi nulla.”

(paragrafo tratto dal libro “LA MALEDIZIONE DI PIAZZA FONTANA” edizione 2019, scritto dal giudice Guido Salvini con il giornalista Andrea Sceresini)

Brevi note biografiche

Vittorio Cosentino (Campana, Cosenza, 1951 – Bari, 2020)

Attore, animatore culturale e militante politico.

Nato a Campana, in provincia di Cosenza, Vittorio Cosentino giunse a Bari nei primi anni Settanta per motivi di studio. Negli anni 1975-76 partecipò attivamente al Movimento Studenti Fuori Sede, che riuniva giovani provenienti dal Sud impegnati nella difesa del diritto allo studio e nella sperimentazione di nuove forme di vita collettiva.

In quel periodo militava nel Movimento Lavoratori per il Socialismo (MLS), formazione di ispirazione marxista-leninista radicata tra studenti e lavoratori, espressione di una generazione che cercava di unire l’impegno politico alla trasformazione sociale.

Nel clima di forte tensione che attraversava l’Italia del 1977, alla fine di maggio Vittorio fu arrestato insieme ad altri cinque compagni, con l’accusa di aver danneggiato la Casa dello Studente di via Fraccacreta e il Collegio Femminile.

Rimase in carcere per alcune settimane, prima di essere liberato. L’episodio segnò profondamente la sua vita, rappresentando uno dei momenti più duri della repressione del movimento studentesco barese.
Nel luglio del 1981, dopo un lungo processo, tutti gli imputati furono assolti con formula piena “per non aver commesso il fatto”.

Tra la fine del 1977 e il 1978 prese parte al progetto del Centro culturale Santa Teresa dei Maschi, nel cuore di Bari vecchia: un ex convento trasformato in spazio autogestito dove cinema, musica e teatro divennero strumenti di partecipazione e libertà.

Da quell’esperienza nacquero molte realtà artistiche indipendenti, tra cui il Gruppo Kismet, di cui Cosentino fu tra i fondatori. Attore e regista, praticava un teatro di strada e di relazione, capace di portare i classici e le storie popolari tra la gente, nelle piazze e nei cortili, superando i confini tra arte e politica.

Nel 2014 decise di unirsi all’esperienza della “Ex Caserma Liberata”, un grande complesso militare dismesso e occupato da un gruppo di giovani e artisti. Scelse di viverci giorno e notte, condividendo la vita comune e le attività culturali, in un gesto di coerenza e libertà.
Ribattezzò quello spazio “Accademia delle Belle Arti”, dove continuò a organizzare laboratori e rappresentazioni fino ai suoi ultimi giorni.

Vittorio Cosentino è morto nel marzo del 2020, all’età di 69 anni, all’interno dello stesso spazio che aveva contribuito a rendere vivo.

Figura inquieta, radicale e generosa, è ricordato come un punto di riferimento per la scena teatrale barese e come un testimone coerente di un’idea di arte e politica vissute come esperienza collettiva e libertaria.

Associazione Culturale “Il Venerdì Libertario”

Compagnia teatrale “Eleftheria”

Alla domanda: Cosa vi ha spinto a mettere in scena “Morte di un anarchico” in questo momento storico? Claudio Destino, attore in scena e Federica Tucci, regista, in una precedente intervista tratta da “Il Torinese”- quotidiano culturale, hanno risposto:

“La nostra curiosità sul testo comincia nel 2019…ci siamo imbattuti in “Morte accidentale di un anarchico” …Come per magia, infatti, come spesso succede in molti dei testi di Fo e Rame, la trama sembra ambientata ai giorni nostri, perché purtroppo alcune tematiche rimangono drammaticamente attuali e questo testo ci ha spiazzati sin da subito. Ci ha stupito intanto l’incredibile lavoro di ricerca di tutti i documenti, testimonianze, atti, etc.…che ci fu dietro la scrittura di un testo, di cui Fo non ha avuto di per sé bisogno di inventare poi troppi fatti, in quanto (ed è questa la cosa che ci ha colpito), la farsa si rifà a un fatto storico realmente accaduto nel 1969 a Milano, quando a seguito della strage di Piazza Fontana, la questura di Milano arresta l’anarchico e ferroviere Giuseppe Pinelli poiché sospettato di aver preso parte all’attentato. E a seguito di lungo interrogatorio, il Pinelli volò dalla finestra del quarto piano della questura. Il caso sulla sua morte fu poi archiviato come “malore attivo”, considerando il fatto un “accidente”. Da qui, infatti, l’idea del titolo a cui fa riferimento in modo ironico e molto provocatorio. È stato infatti impossibile non sentirci coinvolti da una storia che in qualche modo appartiene a tutti noi, e che abbiamo avuto voglia di raccontare, sposando perfettamente e con entusiasmo la cifra stilistica di Fo, di riportare in scena come un’esperienza quasi corale, ciò che avvenne quel 15 dicembre del ’69 in quella stanza di quella questura di Milano, e attraverso la sua geniale abilità drammaturgica, prendere infine coscienza delle diverse contraddizioni che emersero in seguito alle diverse versioni rilasciate dai questori e commissari presenti quella notte…Purtroppo, però quando si parla di abuso di potere e di giustizia non sempre ci si rende conto da soli, di alcune questioni, anche chi spesso le vive e le subisce, non sempre si accorge ed è cosciente di vivere situazioni in cui il “potere” diventa un’arma, per l’appunto, di cui spesso si abusa e la giustizia certe volte, non arriva o non è poi così “giusta”. Talvolta si ha paura ad affrontare queste situazioni, perché possono in qualche modo diventare pericolose per la nostra quotidianità, dove ad esempio mantenere il proprio lavoro e uno status di vita tranquillo, portare avanti questi ideali è molto difficile. L’abuso di potere in quanto tale, spesso lo si vive nelle sfere anche più private, e risuona ancora di più nel pubblico, dove sentirsi rappresentati e guidati da un riferimento sicuro, non sempre avviene. Crediamo infatti ad esempio che sempre più i giovani si sentano soli e spaesati, senza una guida forte, che sia essa politica o artistica. E la questione va risvegliata anche e prima di tutto nel mondo artistico, oggi mancano o sono comunque in minoranza le figure e le personalità artistiche che lottano con coraggio come Dario Fo e Franca Rame, che abbiano la forza di portare avanti certi ideali con autenticità e verità, perlopiù le persone più in difficoltà. Si preferisce sempre mettersi dalla parte dei vincenti, perché è più facile… Intanto desideriamo, per chi ancora non la conosce, raccontare attraverso la commedia di Fo, che cos’è accaduto a Giuseppe Pinelli e, al contempo, omaggiare la sua memoria a chi invece ha seguito e vissuto in quegli anni la vicenda. Poi, senza giudizio alcuno, vogliamo ricordare e dedicare questo spettacolo a tutte quelle morti accidentali che purtroppo ancora oggi accadono.”


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