Se dovessimo scegliere la parola che ricorre con maggiore frequenza nei documenti della NATO e dell’Unione Europea degli ultimi anni, probabilmente non sarebbe guerra.
Sarebbe sicurezza.
Sicurezza energetica.
Sicurezza delle infrastrutture critiche.
Sicurezza delle reti digitali.
Sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Sicurezza informatica.
Sicurezza delle materie prime.
Sicurezza dello spazio.
È un lessico rassicurante. Chi potrebbe essere contrario alla sicurezza?
Eppure è proprio attraverso questa parola che si sta consumando una delle trasformazioni più profonde della politica europea.
Non perché la sicurezza sia un valore negativo. Al contrario.
Ogni comunità ha bisogno di poter vivere libera dalla paura, dalla guerra, dalla fame e dalla dipendenza. Ogni comunità ha il diritto di difendere la propria libertà quando viene aggredita.
Il problema nasce quando cambia il significato attribuito a quella parola.
La sicurezza può significare comunità che costruiscono la propria autonomia alimentare, la propria autonomia energetica, difendono il territorio in cui vivono, sviluppano reti di solidarietà e di mutuo appoggio. Può significare la capacità di una popolazione di organizzare la propria autodifesa senza delegarla a eserciti permanenti o a complessi militari-industriali.
Oppure può diventare il principio attraverso cui vengono progressivamente riorganizzate l’economia, la ricerca scientifica, l’industria, le infrastrutture, la politica energetica e perfino le regole di bilancio.
È questo il cambiamento che sta avvenendo in Europa.
Nulla comincia ad Ankara
Questo cambiamento non è iniziato con il vertice NATO di Ankara. Ankara rappresenta, piuttosto, il punto di approdo – almeno per ora – di un percorso iniziato molti anni fa. Non si tratta di una deriva improvvisa, ma dello sviluppo coerente di un paradigma che, dalla fine della Guerra fredda, ha progressivamente esteso il concetto di sicurezza a campi sempre più vasti della vita sociale ed economica.
Il partenariato tra Unione Europea e NATO prende forma già all’inizio degli anni Duemila con la dichiarazione del 2002 e gli accordi “Berlin Plus” del 2003. Negli anni successivi la cooperazione si estende progressivamente alla cybersicurezza, alle minacce ibride, alla mobilità militare, alla protezione delle infrastrutture critiche, alla ricerca e all’industria della difesa.
L’invasione russa dell’Ucraina non crea questo processo. Lo rende politicamente più facile da legittimare.
Il nuovo Concetto Strategico della NATO del 2022 ridefinisce le priorità dell’Alleanza. Il vertice di Vilnius del 2023 traduce quella strategia in programmi concreti: rafforzamento della produzione industriale della difesa, aumento della deterrenza, integrazione dell’Ucraina e investimenti nella capacità produttiva militare.
Washington, nel 2024, amplia ulteriormente il quadro strategico. La NATO non parla più soltanto di eserciti e confini. Entrano stabilmente nel suo lessico il cyberspazio, le interferenze informative, la protezione delle infrastrutture critiche, la resilienza delle società, la cooperazione con l’Unione Europea e con i partner dell’Indo-Pacifico. La stessa nozione di “sicurezza cooperativa” diventa una delle missioni fondamentali dell’Alleanza.
Ankara, nel 2026, porta questo processo a un nuovo livello. La dichiarazione finale parla di intelligenza artificiale applicata alla difesa, cloud militare interoperabile, aumento della capacità produttiva dell’industria della difesa, eliminazione delle barriere commerciali nel settore militare e investimenti pluriennali destinati a sostenere non solo gli armamenti, ma anche le infrastrutture della cosiddetta sicurezza.
La sicurezza entra nell’economia
Il cambiamento emerge con particolare chiarezza anche nella conferenza stampa della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al termine del vertice.
La sicurezza, spiega, non riguarda più soltanto gli eserciti. Riguarda la sicurezza energetica, la protezione delle infrastrutture critiche, le reti informatiche, le catene di approvvigionamento, le materie prime strategiche, la ricerca tecnologica e la capacità industriale del Paese. Gli investimenti nella difesa, afferma, devono rafforzare le fabbriche italiane, la ricerca e l’occupazione.
Non è semplicemente una diversa politica della difesa.
È un diverso modo di concepire lo sviluppo economico.
Anche l’Unione Europea si muove nella stessa direzione. Attraverso strumenti come SAFE e la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, una parte crescente delle politiche economiche viene orientata verso investimenti classificati come funzionali alla sicurezza: cybersicurezza, infrastrutture critiche, innovazione tecnologica, resilienza energetica e capacità industriale.
La guerra, in altre parole, non resta confinata nei bilanci dei ministeri della Difesa.
Entra progressivamente nella programmazione economica.
Quando è la guerra a organizzare l’economia
Questa trasformazione non nasce soltanto dall’esigenza di affrontare minacce reali, che esistono e non possono essere ignorate. Nasce anche da un mutamento del rapporto tra Stato, economia e guerra.
Per gran parte del Novecento era l’economia a sostenere lo sforzo bellico quando scoppiava un conflitto.
Oggi accade sempre più spesso il contrario.
È la prospettiva del conflitto permanente a orientare preventivamente le politiche industriali, la ricerca scientifica, gli investimenti pubblici e le strategie energetiche.
La guerra non appare più come un’interruzione dell’economia.
L’economia viene progressivamente organizzata in funzione della possibilità della guerra.
Le parole non sono mai innocenti
E contemporaneamente cambia il linguaggio.
Non si parla quasi più di riarmo.
Si parla di investimenti.
Non si parla di industria bellica.
Si parla di filiere strategiche.
Non si parla di preparazione della guerra.
Si parla di resilienza.
Non si parla di economia di guerra.
Si parla di innovazione.
Le parole non descrivono semplicemente la realtà.
Contribuiscono a costruirla.
Quando cambiano le parole, cambiano anche i confini di ciò che appare naturale, inevitabile o addirittura desiderabile.
È così che la preparazione permanente ai conflitti tende a diventare un criterio ordinario di organizzazione della società.
La guerra entra nella vita civile
Ma questo cambiamento non riguarda soltanto i documenti ufficiali o i bilanci dello Stato.
Riguarda anche l’immaginario collettivo.
Negli ultimi anni le Forze armate sono entrate con crescente frequenza nelle scuole di ogni ordine e grado attraverso incontri, percorsi di orientamento, progetti PCTO, iniziative dedicate alla legalità, alla protezione civile, alla cybersicurezza e alla cosiddetta “cultura della difesa”. Si moltiplicano gli open day nelle caserme, le manifestazioni pubbliche, gli eventi dedicati alle nuove tecnologie militari e le occasioni in cui la presenza dell’esercito viene proposta come esperienza educativa e formativa.
Non si tratta di mettere in discussione la buona fede degli insegnanti o dei militari coinvolti in queste iniziative. Il punto è interrogarsi sul loro significato complessivo.
Presi singolarmente, ciascuno di questi episodi può apparire del tutto normale. Considerati nel loro insieme raccontano però qualcosa di più. La preparazione militare tende a riacquistare una legittimazione culturale che sembrava essersi attenuata dopo la fine della Guerra fredda.
La divisa torna a occupare un posto centrale nell’immaginario pubblico, associata a valori come disciplina, spirito di servizio, sacrificio, appartenenza e patriottismo. Anche questo contribuisce a rendere naturale un paradigma nel quale la sicurezza occupa uno spazio sempre più esteso nella vita civile.
Due idee di sicurezza
Questa non è una riflessione contro la sicurezza.
È una riflessione su chi ha il potere di definire che cosa debba essere protetto, da chi e con quali strumenti.
La sicurezza può significare comunità che costruiscono la propria autonomia alimentare ed energetica, difendono il territorio in cui vivono, sviluppano reti di solidarietà e di mutuo appoggio. Può significare la capacità di una popolazione di organizzare la propria autodifesa senza delegarla a eserciti professionali o a complessi militari-industriali.
Oppure può diventare il nome con cui si costruisce un modello di sviluppo nel quale la preparazione ai conflitti diventa uno dei principali criteri con cui orientare la ricerca, l’industria, le politiche pubbliche e la spesa collettiva.
Forse è proprio questa la trasformazione più significativa.
La guerra non viene più presentata come un evento eccezionale da evitare, ma come una possibilità permanente alla quale la società deve prepararsi.
Quando questa preparazione diventa il criterio che orienta l’economia, la ricerca, la scuola, l’industria e perfino il linguaggio, allora il problema non riguarda più soltanto la politica militare.
Riguarda il modo in cui vivremo, lavoreremo, studieremo e organizzeremo le nostre comunità nei prossimi decenni.
Le due visioni utilizzano spesso la stessa parola.
Sicurezza.
Ma immaginano due società profondamente diverse.



Lascia un commento