Dalla strage di Amendolara ai commenti sui social: mentre emergono salari non pagati, caporalato e sfruttamento, il dibattito pubblico si sposta sulla nazionalità delle vittime e degli assassini.

Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara, sulla costa ionica della Calabria.

Erano braccianti agricoli. Afghani e pakistani.

Raccoglievano fragole.

Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza sono terribili. Un minivan fermo presso una stazione di servizio. Il liquido infiammabile. Le portiere bloccate. Le fiamme. Quattro persone intrappolate senza possibilità di fuga.

Le indagini sono ancora in corso e sarà la magistratura a stabilire con precisione responsabilità e moventi. Ma già nelle prime ore sono emersi elementi che riportano a una realtà purtroppo nota: salari non pagati, lavoro nero, dipendenza dai caporali, ricatti, minacce, condizioni di vita e di lavoro che da anni sindacati e associazioni denunciano nelle campagne del Mezzogiorno.

Il racconto del superstite è di quelli che restano impressi.

I soldi non ce li davano. Da mangiare sì, la casa sì. Ma i soldi no.

Il superstite ha riassunto così la propria condizione.

Una frase che racconta più di molte analisi. Perché il salario è ciò che distingue il lavoro dalla sciavitù. È ciò che consente a una persona di essere libera. Quando scompare il salario, restano il bisogno e il ricatto.

Fin qui c’è la prima storia.

La seconda storia, però, non è avvenuta ad Amendolara.

È avvenuta sotto gli articoli che raccontavano la tragedia.

Bastava scorrere i commenti per assistere a una trasformazione sorprendentemente rapida. I quattro lavoratori morti sono scomparsi quasi subito dal racconto pubblico. Al loro posto sono comparsi “gli immigrati”, “la mafia pakistana”, “la criminalità importata”, “i porti aperti”, “la colpa della sinistra”.

La discussione si è spostata altrove.

Non più sulle condizioni in cui quelle persone vivevano e lavoravano. Non più sui salari non pagati. Non più sul caporalato. Non più sulle filiere agricole che continuano a prosperare grazie a una manodopera estremamente vulnerabile.

Il centro della scena è diventata la nazionalità.

Come se il fatto che vittime e presunti assassini fossero stranieri rendesse questa vicenda estranea alla società italiana.

Eppure quei lavoratori non sono morti in Afghanistan. Non sono morti in Pakistan.

Sono morti in Calabria.

Lavoravano nei campi italiani.

Raccoglievano prodotti destinati al mercato italiano ed europeo.

Vivevano dentro un sistema economico che esiste qui, non altrove.

Naturalmente nessuno nega che possano esistere organizzazioni criminali all’interno delle comunità migranti. Sarebbe assurdo sostenerlo. Ma fermarsi a questo significa vedere soltanto l’ultimo anello della catena e ignorare tutto il resto.

Chi reclutava quella manodopera?

Chi traeva profitto dal suo lavoro?

Chi beneficiava di salari tanto bassi e di lavoratori tanto ricattabili?

Chi chiudeva gli occhi?

Sono domande più scomode. E forse proprio per questo vengono poste così raramente.

Colpisce un fatto. In una vicenda che parla di sfruttamento del lavoro, il lavoro scompare quasi immediatamente dal dibattito pubblico. Restano le appartenenze, le identità, le nazionalità. Restano gli slogan.

Scompaiono i campi.

Scompaiono le fragole raccolte all’alba.

Scompaiono i salari non pagati.

Scompaiono le persone.

E forse è proprio questa la forza dei sistemi di sfruttamento: riuscire a far discutere tutti di qualunque cosa, purché non delle condizioni che li rendono possibili.

Quattro uomini sono morti tra le fiamme.

Sarebbe già molto se riuscissimo a ricordarli come lavoratori.

Prima che come immigrati.


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