Bakary Sako, il razzismo sociale e la violenza che cresce nelle nostre città
Bakary Sako aveva 35 anni. Era originario del Mali. Viveva e lavorava a Taranto. All’alba del 9 maggio stava attraversando la città in bicicletta per raggiungere la stazione e prendere il treno che lo avrebbe portato nei campi dove lavorava come bracciante agricolo.
Non stava fuggendo.
Non stava aggredendo nessuno.
Non stava commettendo alcun reato.
Stava andando a lavorare.
È stato accerchiato da un gruppo di ragazzi giovanissimi, inseguito, picchiato, colpito con un’arma da taglio. Secondo le ricostruzioni emerse in queste ore, avrebbe tentato di fuggire cercando rifugio in un bar della Città Vecchia. Ma quella porta, invece di aprirsi, si sarebbe richiusa. Trascinato nuovamente fuori dal locale, Bakary Sako è stato colpito ancora fino a morire in una pozza di sangue.
Ci sono immagini che raccontano un’epoca più di molte analisi.
Un uomo che all’alba va a lavorare.
Un branco che lo rincorre.
Una porta che si chiude.
Dentro questa vicenda non c’è soltanto un delitto di strada. C’è qualcosa di più profondo che riguarda il clima sociale, culturale e politico dentro cui stiamo vivendo.
La seconda violenza
Nelle ore successive all’omicidio, sui social network sono comparsi commenti disgustosi, giustificazioni, minimizzazioni, tentativi di trasformare quanto accaduto in una generica “lite tra stranieri”. Un copione già visto molte volte: confondere, derubricare, depoliticizzare.
Come se la morte di un lavoratore migrante potesse essere assorbita dentro il rumore di fondo della cronaca quotidiana.
Il parroco della Città Vecchia, don Emanuele Ferro, ha parlato di una vittima che “muore due volte”: la prima per la violenza razzista, la seconda per mano di chi giustifica, minimizza o non invoca giustizia.
È una frase durissima. Ma è difficile darle torto.
Perché la violenza non comincia con il coltello. Comincia molto prima. Comincia quando alcune vite vengono percepite come meno degne di protezione, meno degne di attenzione, meno degne perfino di compassione.
La persona da colpire
Tra le parole più significative di questi giorni ci sono quelle pronunciate dalla procuratrice di Taranto Eugenia Pontassuglia:
“La persona da colpire è la persona vulnerabile”.
È probabilmente il punto centrale di tutta questa vicenda.
Bakary Sako non è stato aggredito casualmente. Era solo, nero, lavoratore, vulnerabile. Un bersaglio facile dentro una città attraversata da marginalità sociali profonde, impoverimento, abbandono e disgregazione.
Secondo le indagini, gli aggressori sarebbero ragazzi molto giovani, alcuni addirittura minorenni. Un dato che dovrebbe interrogare tutti molto più delle solite invocazioni securitarie.
Perché il problema non è soltanto la presenza di un coltello o l’età degli aggressori. Il problema è il clima culturale dentro cui intere generazioni crescono imparando a considerare lo straniero come un corpo sacrificabile, una presenza inferiore, qualcuno contro cui scaricare rabbia, frustrazione e desiderio di dominio.
La violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata. Alimentata. Normalizzata.
Il razzismo contemporaneo
L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista che non può essere letta come una semplice successione di episodi isolati.
La morte di Bakary Sako si inserisce dentro una trama più ampia fatta di campagne securitarie, propaganda identitaria, linguaggi politici aggressivi, costruzione permanente del nemico interno.
Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini attraversò la città sparando contro giovani africani al grido di “Viva l’Italia”, anche oggi il rischio è quello di isolare il gesto dal contesto che lo rende possibile.
Eppure il razzismo contemporaneo non è soltanto odio esplicito.
È un dispositivo politico e culturale che costruisce gerarchie tra vite degne e vite sacrificabili. Produce distanza morale, abitua all’indifferenza, trasforma la sofferenza altrui in rumore di fondo.
Si manifesta nei CPR, dove persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà personale.
Si manifesta nelle campagne contro “l’invasione”.
Si manifesta nelle morti del Mediterraneo.
Si manifesta nelle baraccopoli dei braccianti agricoli.
Si manifesta nelle parole che ogni giorno trasformano lo straniero in un problema di ordine pubblico.
Ed è su questo terreno che maturano le aggressioni, i pestaggi, gli omicidi.
Le vite invisibili che tengono in piedi il paese
Bakary Sako era uno dei tanti lavoratori invisibili che tengono in piedi interi settori dell’economia italiana.
Lavoro agricolo stagionale, precarietà, sfruttamento, salari bassi, fatica fisica estrema: esiste un pezzo enorme del paese che vive grazie al lavoro di uomini e donne migranti e che allo stesso tempo continua a considerarli estranei, temporanei, sacrificabili.
C’è qualcosa di terribile e profondamente simbolico nella morte di Bakary Sako.
Aveva attraversato deserti, frontiere militarizzate, politiche di respingimento, il Mediterraneo. Era sopravvissuto a ciò che migliaia di persone affrontano ogni anno nel tentativo di costruirsi una vita dignitosa.
Non è morto nel deserto.
Non è morto in mare.
È morto in Italia, mentre andava a lavorare.
Taranto tra odio e solidarietà
Ma dentro questa vicenda esiste anche un altro pezzo di città.
Le associazioni, la Comunità Africana, Libera, Mediterranea, sindacati, realtà sociali, pezzi del mondo religioso e politico hanno convocato per il 14 maggio un presidio in Piazza Fontana con una parola d’ordine semplice e necessaria:
“Taranto non può restare in silenzio”.
Non è soltanto una commemorazione. È un tentativo di rompere la normalizzazione dell’odio e dell’indifferenza.
Per questo il presidio si svolgerà proprio nel luogo dell’omicidio. Perché Piazza Fontana non venga consegnata alla paura, alla violenza o alla rassegnazione.
Dentro la stessa città convivono oggi due spinte contraddittorie.
Da una parte la disumanizzazione, il rancore sociale, la costruzione del vulnerabile come bersaglio. Dall’altra la volontà di ricostruire legami, solidarietà, responsabilità collettiva.
Ed è precisamente questo il terreno dello scontro politico e culturale che abbiamo davanti.
Da che parte stare
Continuare a parlare genericamente di “emergenza sicurezza” significa nascondere il problema reale.
L’insicurezza che attraversa le nostre città nasce anche dalla precarizzazione del lavoro, dalla distruzione dei legami sociali, dall’abbandono dei territori, dalla crescita delle disuguaglianze, dalla costruzione politica della paura.
E dentro questo scenario lo straniero diventa il bersaglio perfetto su cui scaricare ansie e frustrazioni collettive.
Per questo la morte di Bakary Sako non riguarda soltanto Taranto.
Riguarda il tipo di società che stiamo diventando.
Perché il razzismo non comincia con il coltello.
Comincia molto prima: quando una vita smette di essere percepita come una vita che vale quanto le altre.



Lascia un commento